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“Rex in purpurei, senator in Curia, captivus in urbe”

Sicuramente meno conosciuto del suo “collega” della laguna, la carica di “Doge” della Repubblica di Genova ha rappresentato l’istituzione di vertice dell’antico stato ligure dal 1339 al 1797; secoli in cui si susseguirono ben 184 “Serenissimi”. Sebbene rappresenti solo due dei cinque stadi istituzionali attraverso i quali lo stato genovese è transitato (prima i Consoli, poi i Podestà, a seguire i Capitani del Popolo, ed infine i Dogi, prima perpetui e poi biennali), la forma di governo dogale resta sicuramente la più affascinante e curiosa.

La genesi è nel 1339, anno in cui si elegge il primo Doge perpetuo: Simone Boccanegra. L’assetto dei Dogi “a vita” (il massimo raggiunto sarà 11 anni di carica!) si manterrà fino al 1576, anno in cui le Leges Novae, sulla scia delle riforme volute da Andrea Doria, inaugurano l’ultima era repubblicana: quella dei Dogi biennali e che rimarrà in vigore fino alla caduta della Repubblica aristocratica nel giugno 1797. 

 

Per i più curiosi riportiamo brevemente l’impianto costituzionale che resse la Repubblica di Genova dal 1576 al 1797. Assieme alla carica suprema del Doge governavano i “Serenissimi Collegi”: il Senato, composto da 12 senatori e la Camera, composta da 8 procuratori; il “Consiglio dei Ministri” dell’epoca. Vi erano poi i due Consigli, il vero e proprio “Parlamento”; il Maggior Consiglio di 400 nobili ed il Minor Consiglio di 200. A completare il quadro vi era l’ufficio dei Supremi Sindacatori; tre eletti tra i senatori con il compito di controllare e giudicare l’operato non solo dei componenti i Serenissimi Collegi ma anche del Doge stesso. Infine le numerose Magistrature dello stato, ovvero i vari “ministeri”. Per ultimo, a riprova della costante ricerca di visibilità che ossessionava la Repubblica è da riportare che, dal 1637, la carica dogale, equivalente fino ad allora alla dignità ducale all’interno del Sacro Romano Impero, assurse a quella regale con la trasformazione della Corsica in Regno con a capo il “Doge di Genova e Re di Corsica”. 

 

Ma torniamo a noi. Stando alle leggi, l’aspirante Doge doveva essere cinquantenne, alieno dall’esercizio di arti meccaniche da almeno quindici anni, dotato di lauto patrimonio e di nascita legittima. Al biennio di dogato seguiva poi, quasi sempre e solo a seguito di un insindacabile giudizio sull’operato emesso dai Supremi Sindacatori, un periodo illimitato di permanenza al governo in qualità di procuratore perpetuo; aspetto costituzionale che mai cessò di attirare critiche. Durante il biennio il Doge aveva la facoltà esclusiva di proporre le leggi nelle sedute del Senato, esercitando così un potere sostanziale nell’indirizzo politico della Repubblica pur non essendo esso delineato in nessuna delle leggi costituzionali ma assurto a semplice convenzione. L’elezione del Doge avveniva attraverso il voto dei membri del Maggior Consiglio che si radunava a Palazzo Ducale nell’omonima sala. La votazione si svolgeva a porte chiuse tramite l’estrazione di cinquanta palle dorate che erano contenute in un’urna posta di fronte al trono. Grazie ad una serie di votazioni successive, il numero dei candidati veniva ridotto fino a sei e, tra quest’ultimi, colui che avesse ottenuto il maggior numero di voti veniva eletto Doge.

 

Acquaforte raffigurante la scalea settecentesca della facciata di Palazzo Ducale. In primo piano, l'abate del popolo che rende omaggio al Doge vestito delle vesti ducali e della corona. Sui piedistalli si notano le statue monumentali dei Doria, distrutte nel 1797. 

 

Eletto il nuovo Doge si arrivava all’assunzione della carica e alla “Coronatione”; cerimonia durante la quale venivano consegnate al Serenissimo le insegne. Vestito del rosso “robbone”, il neoeletto riceveva nella Sala del Maggior Consiglio l’omaggio dei Serenissimi Collegi, dei Consigli e dei cittadini presenti. La sera, il neoeletto si recava in processione verso la Cattedrale dove, ricevuto dall’arcivescovo, baciava la Croce gemmata detta “degli Zaccaria” e riceveva la benedizione. Rientrato a Palazzo il Serenissimo prestava giuramento, veniva rivestito della veste ducale, il priore lo incoronava e, seduto sulla “ducal sedia”, gli si porgeva lo scettro. E la serata terminava con il suono delle campane, danze e feste prima che il Doge si ritirasse nei suoi appartamenti. La mattina dopo cominciava con la celebrazione della messa nella Cappella Dogale e subito dopo con l’uscita in corteo del Doge rivestito degli abiti dogali per ricevere l’omaggio della cittadinanza accompagnato dai Serenissimi Collegi e dai Consigli. Seguiva, a termine delle celebrazioni cominciate la sera prima, un banchetto a Palazzo; rigorosamente offerto dal Doge neoeletto. 

Nella prima foto Costantino Balbi, 154° Doge della Repubblica di Genova e Re di Corsica; qui vestito della tenuta "ordinaria"; il "Robbone" rosso. 

 Divertenti curiosità circa il Doge si riscontrano anche durante la sua permanenza a Palazzo. Oltre alle spese relative alle livree per la sua servitù, erano a carico del Doge anche quelle per il suo stesso abbigliamento e per l’arredamento del suo appartamento. Solo in alcuni isolati  casi il neoeletto non trovava le sue stanze “al solito mal parate e sprovviste di ogni comodità”, specialmente quando il predecessore lasciava il proprio mobilio per concedere al neoeletto il tempo di provvedere. Valutare le cifre sborsate da qualunque assurto alla massima carica della Repubblica è difficile ma queste testimonianze aiutano a capire quali oneri fossero disposti a sostenere gli aristocratici genovesi pur di ricoprire onorevolmente la più prestigiosa delle cariche. Inoltre, la necessità di “bucare il patrimonio” in caso di elezione risultò forse all'origine del timore di essere prescelti per il supremo onore, timore che affliggeva gli aristocratici del Settecento, le cui disponibilità economiche non erano più quelle di una volta. 

 

Infine, dal momento dell’incoronazione, il Doge non poteva più uscire dal Palazzo Ducale se non nei pochissimi giorni stabiliti dal protocollo o previa autorizzazione da parte del Senato: sopportava, quindi, nei due anni di carica, una volontaria prigionia. È dunque per questo motivo e per le sue vesti ducali color porpora che il Doge di Genova viene definito Re in porpora, senatore in Curia, prigioniero in città.... anche se negli splendori e nei fasti di Palazzo Ducale.

 

Riccardo Tadei

 

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