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5 dicembre 1746

"Era la sera del cinque dicembre [1746], un po' dopo lo scorcio del dì: alcuni soldati austriaci trascinavano un mortajo a bombe pel quartiere di Portoria,

la maggior parte abitato da minuto popolo: sfondatosi alquanto il pavimento nel bel mezzo della strada, i Tedeschi, non valevoli per sè a sollevare il grave peso, richiesero gli astanti d'ajuto: abborrirono tutti dall'empio uffizio: se il volevano sollevare, dissero, s'ingegnassero: le mani dei Genovesi ad altro si riserbavano. Allora i caporali cominciarono a lavorar di bastone per obbligarli: stupidi che non sapevano quant'ira sboglientasse quei cuori! Un fremito d'indignazione, di vendetta si levò a riscossa in meno ch'io non scrivo queste parole, e traboccò. Un ragazzo di dieci o dodici anni, di cui la storia avrebbe dovuto raccogliere e conservare religiosamente il nome, fu il primo che prorompesse: si chinò, agguantò un sasso, e misurandolo, disse nella energica sua concisa favella: la linso? E suona: la rompo? Disse e la ruppe: scagliò il sasso fatale sul caporale percussore: ed ecco scatenarsi una tempesta di sassi così furiosa, che i soldati, pesti, malconci, colle fronti rotte o bernoccolute, abbandanorano di posta il mortajo, e a lunghi passi indietreggiarono: poi, o presi dalla vergogna, o dagli uffiziali incoraggiati, tornarono colle sciabole sfoderate, persuadendosi che a quel lampo il popolo si sarebbe sbandato: ma un novello grandinar di sassate più del primo furioso gli faceva accorti che in quel campo non erano che mietere che botte: e più pesti, e più ronchiosi di prima, partironsi a rotta [...]"
Carlo Varese, Storia di Genova, libro XXIX

Paola Spinola

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